Doggy bag: cosa c'è davvero dentro?

 Tre amici, compagni, tre cani sono seduti in una tavola calda. Una di quelle che da fuori sembrano valere pochi spiccioli, ma attirano frotte di animali a mangiare e fumare. 

Luci soffuse, respiri strozzati: l’ossigeno è sostituito dall’odore soffocante delle sigarette. A fine pasto rimangono solo briciole sparse sul tavolo e qualche osso avanzato dalle abbondanti porzioni di maialino e pollo arrosto nei piatti. Tra le note di un jazz anni ’50, nostalgico e intenso, al gesto secco di un bicchiere di birra sbattuto sul tavolo segue un forte clack. La prima cintura che salta. Strano, per essere solo le 23. 

Bobby si appoggia pesantemente allo schienale della sua scomoda sedia in paglia. Il locale in cui si trova è famosissimo: l’intero design è progettato per invitare i consumatori a fare in fretta. Le porzioni enormi non reggono la ferocia delle zanne dei commensali. Eppure la sera, l’ambiente tranquillo e familiare li spinge sempre a fermarsi fino a chiusura. D’altronde loro sono cani. Abituati alla comodità, e altrettanto alla scomodità. 

Fino a qualche anno fa, Bobby non avrebbe mai avanzato il suo maialino: doppia cottura, glassato alle mele, tenerissimo. Dolce ricordo dei primi mesi di vita, quando ancora prendeva il latte dal ventre gonfio e caldo di sua madre. Ma quella sera è diversa.

 Adesso invece Bobby pensa di essersi quasi imborghesito. Forse, dopo essere stato adottato la sua fame si è saziata e l’istinto di sopravvivenza si è sedato, mimica di un comportamento umano che poco gli appartiene. 

«Vedi Tony, i tempi sono cambiati. Non siamo più quelli di una volta»

 «Che ti succede Bobby? Due pinte e già mi diventi nostalgico?»

 Luna, dagli occhi scuri, dolci e languidi, scodinzola allo scambio di battute degli amici. Lei, una bellissima Flat Coated Retriver, nera come la pece, dal pelo liscio e lucente, è stata adottata da una famiglia volenterosa e lì ha conosciuto Tony — un Golden Retriever gentile e biondo come l’oro. 

Si sono poi ritrovati dopo molto tempo tutti insieme. Bobby ha cambiato molte case: il suo carattere peperino non è stato accettato di buon grado. Amici della famiglia di Luna e Tony lo hanno infine adottato e Bobby si è affezionato sviluppando uno strano senso di attaccamento e protezione verso il loro cucciolo. Un certo Filippo. 

«Sì Tony, mi sa che sono diventato nostalgico»

 Bobby annusa il piatto e dà un’ultima leccata alla superficie di un grande osso ormai freddo, pensando che una volta il piatto sarebbe stato ripulito fino a tornare brillante, come se non fosse mai stato usato. «Cameriere — woof woof — mi incarti tutto in una doggy bag, per favore»

 Tony, che sta ancora leccando il piatto ormai lustro, alza un sopracciglio e annusa l’aria a quella richiesta insolita. Che senso ha portarsi a casa un pezzo di osso quando li aspettano ciotoline prelibate? In fondo qualcosa può anche avanzare. È così che funziona.

 «Ti capisco, Tony. Ma un avanzo rimane sempre cibo: che differenza fa se lo finisco adesso o domani? E poi chissà, magari al piccolo Fili rosicchiare questo ossetto può piacere»

 Bobby si impietrisce, drizza le orecchie e alza di scatto il naso umido. «Mi chiedo quando è successo che tutta questa abbondanza sia diventata un disagio»

 Luna segue il discorso. Un rivolo di bava le cola dalle fauci. Inclina la testa di lato e le orecchie dondolano leggermente, gli chiede se sta parlando di vergogna. Bobby non risponde subito. Ci gira intorno. 

I cani sono sinceri: fanno quello che si sentono, senza remore. Non è sicuro di cosa quella parola voglia davvero dire. Poi ammette che sì, forse è proprio quello: una vergogna sottile. Quella di sembrare qualcuno che ha bisogno di quel cibo. 

Tony, dal canto suo, dice che lasciare qualcosa nel piatto è un segnale. Vuol dire che puoi permettertelo. Che non hai bisogno di finire tutto. Probabilmente qualcosa di meglio ti aspetta a casa e, oggi come oggi, nessuno ha voglia di mangiare la stessa cosa per una settimana di fila, soprattutto se riscaldata.

 «Parli proprio tu, Tony! Che non mangi altro che quelle scatolette di manzo iposalato tutte le sere! Hai fatto bene Bobby a prendere quella doggy bag. Le nostre mamme dicevano sempre che il cibo non si lascia. Non dicevano mai dove finiva, quello che restava»

 Bobby guaisce al ricordo della loro infanzia e annusa la scatola di cartone che gli ha portato il cameriere. Sul bordo è rimasto un po’ di grasso: lo lecca d’istinto, senza pensarci. 

Per fortuna qualche sfrontato ha pensato di dargli un nome che suona meglio di porta avanzi. Il contenuto non è diverso, però adesso funziona. «Doggy bag», ripete lui tra sé, assaggiando la parola. Un nome elegante per dire che ti porti via quello che è tuo. 

Stringe la scatola tra i denti e scende dal tavolo, gli altri due lo seguono con un leggero balzo. Alla fine, pensa, hanno dovuto inventare una parola nuova solo per smettere di vergognarsi di una cosa semplicissima: non sprecare.




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