Mangiare è un atto interpretativo: Come traduciamo ciò che ci attraversa
H o liberato la scrivania. È la prima volta che mi accomodo qui; di solito è un appoggio per borse, vestiti puliti, cianfrusaglie e calendari di anni passati che mi sono volati davanti. Adesso, seduta, sento un po’ di ansia per questo progetto e penso quasi di non essere all’altezza. Bevo il mio tè verde in foglie, un Sencha aromatizzato alla vaniglia. Fuori, la maccaja tipica della Liguria avvolge le colline. L’umidità è talmente intensa da far sembrare il vapore una pioggia sottilissima di spilli, e il vento caldo soffia così in alto da non far sbattere le persiane, per una volta. La luce soffusa della abat-jour si riflette sull’acqua bollente della tazza, illuminando piccoli vortici di vapore. Avvicino la tazza al naso: il profumo di vaniglia mi attraversa fino in profondità. Piccolo sorso: erbaceo, sottile, quasi vuoto. La vaniglia non ha sapore, resta invisibile al palato. Eppure è lì, presente. Come il sentire: un’insorgere di percezioni che vogliamo tradurre, ma che sfuggo...